Giuseppe Garretto è una figura poco nota ma significativa della narrativa italiana del primo Novecento, legata a una stagione letteraria in cui l’esperienza diretta del fascismo e dell’antifascismo, dell’esilio e della guerra, dell’emigrazione e delle tensioni sociali diventano materia narrativa. Nato a Vizzini, in Sicilia (in un contesto rurale che segnerà profondamente la sua sensibilità), Garretto visse in prima persona le contraddizioni della sua terra: povertà diffusa, disuguaglianze sociali, rapporto conflittuale tra contadini e potere. Durante il periodo tra le due guerre, egli socialista, scelse l’esilio volontario in Francia, dove pubblicò una prima versione di Sicilia terra di dolore. Rientrato in Italia, nel 1946 il romanzo venne pubblicato da Mondadori, inserendosi nel clima culturale che avrebbe portato al neorealismo. La sua scrittura, infatti, anticipa alcuni temi tipici di quella stagione: l’attenzione agli ultimi, il linguaggio vicino al parlato, la volontà di raccontare senza abbellimenti la realtà sociale. Pur non raggiungendo la notorietà, Garretto resta un autore interessante proprio per questa posizione laterale: una voce autentica, radicata nell’esperienza, capace di restituire la durezza della vita contadina e il momento in cui, per la prima volta, essa prende coscienza di sé.
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