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Il romanzo si svolge in una Sicilia aspra, arcaica, sospesa tra miseria e dignità, le vite scorrono dentro i catodi, casupole dove uomini e animali condividono lo stesso respiro. È qui che Sicilia terra di dolore prende forma: un romanzo corale, teso e profondamente umano. Pepè è tornato dalla guerra con qualcosa che gli altri non hanno: uno sguardo nuovo. E ora non riesce più ad accettare la rassegnazione che domina il suo paese. Attorno a lui, una comunità di contadini vive schiacciata dalla fatica, dai debiti, da promesse mai mantenute. Cola sogna il cambiamento attraverso l’unione e la politica; la zia Vanna teme solo una cosa: la sventura, sempre in agguato; lo zio Marco, è un concentrato di sapienza amara, che diffida di tutto e di tutti, tranne che della fatica. E Marù, silenziosa, osserva un mondo che sembra già deciso per lei. Tra assemblee improvvisate, tensioni sociali e una rabbia che cresce sottotraccia, il romanzo racconta il momento in cui la coscienza si accende e diventa pericolosa. Perché capire significa non poter più tornare indietro. Con una scrittura asciutta e viscerale, Garretto costruisce una Sicilia lontana da ogni folclore: una terra ferita, dove la povertà non è solo condizione materiale ma destino collettivo. E dove la domanda più urgente resta sempre la stessa: ribellarsi o sopravvivere?
Il romanzo è ambientato in una Palermo presa tra storia contemporanea – talora futuribile – e mistero, dove si svolge la vicenda personale del magistrato Rosolino Pellerito. Incaricato di un’indagine sulla scomparsa di una bambina, il Pellerito viene coinvolto in una serie di accadimenti che gradatamente prendono i connotati di una sofferta agnizione della propria storia personale. Catapultato fuori dai binari in cui scorreva la sua vita, attraverso una serie di rivelazioni sempre provvisorie, in cui ciascuna spesso capovolge la precedente, e una serie di strani incontri collegati dal filo rosso della bambina scomparsa, Rosolino Pellerito giungerà a ricomporre il mosaico dimenticato della propria esistenza, un vissuto nutrito e sostanziato dai personaggi femminili che lo attraversano. Sospeso tra sogno e realtà, ma costruito con la concretezza di un sistema interno di rimandi precisi, la narrazione si snoda in un clima che da giallo si fa sempre più onirico e surreale, dove il fitto tessuto di riflessioni filosofiche e teologiche sul senso della vita, sul Bene e sul Male, si incarna nella vivida colloquialità dei dialoghi.
Bologna 1977: si avvia a conclusione un decennio meraviglioso e terribile. Le rivolte studentesche del ’68 dalle piazze avevano proclamato l’immaginazione al potere, e nel 1978 l’assassinio di Aldo Moro da parte delle brigate rosse segna la fine di un ciclo di lotte, utopie, disillusioni, rinnovate speranze. Nell’estate i turisti stranieri cercano invano gli “indiani metropolitani”, immagine ingenua e suggestiva dell’ultimo movimento giovanile. Ma a marzo era stata battaglia, la città spaccata, la gente per bene e i partititi “costituzionali” da una parte e gli studenti dall’altra, con i loro bisogni e desideri forse un po’ irreali e il loro compagno ammazzato per davvero dalle pallottole della polizia. Lavinia racconta di questo e dei suoi vent’anni, la fatica e la gioia di vivere e il tentativo di capire, se stessa oltre i grandi movimenti di studenti, operai, donne. Forte di ricordi freschi e basandosi su una documentazione rigorosa dei fatti pubblici, l’autore iniziò a scrivere nei primi anni ’80 scegliendo il racconto in prima persona (ma, per “straniare” da un possibile effetto diario, da parte di una ragazza). Abbandonata tante volte, ripresa, riletta, corretta, completata quasi 40 anni dopo, esce questa storia, passata e attuale, alle radici del nostro presente.
In questo libro, intricato e intrigante, si narra la storia di un’amicizia – intensa, forte, tenera, feroce – tra due ragazzini, diversi per cultura ed estrazione sociale, ma entrambi usciti da poco dalla guerra che, dal 1939 al 1945, aveva sconvolto la vita del mondo, dell’Europa, dell’Italia, delle città e di un piccolo paese della pianura padana. È una storia di stravaganti incontri che i due, Vittorio e Paolino, si giocano in un torrido pomeriggio di un’estate lontana, una manciata di ore spese in corse spericolate, scoperte improvvise, fughe affannate, scambio di confidenze, furiosi litigi e tanto, tanto sole negli occhi. Segreti, speranze e sogni che incideranno per sempre le loro anime. Due piccoli eroi dai calzoni corti imbevuti di ardore e sete d’avventura nati nei loro campi e arricchiti dalle voraci letture di giornalini e libri dove giganteggiano mitici personaggi quali Tex Willer, Sandokan, D’Artagnan e la salgariana Scotennatrice.
È una storia di guerra e sulla guerra, o meglio è una storia sul potere, quello che il sistema (la Famiglia, la Scuola, la Chiesa, lo Stato) esercita, consapevole o no, colpevole o no, sull’uomo e l’uomo scarica sul bambino e un bambino riversa su un altro bambino.
“Il denaro lascia tracce come bava la lumaca. La lumaca è per la via. La scia è tenue, lieve. Se passa tempo, fra sole e sereno il sentiero di grigio e d’argento si slava, si sbriciola, scompare“.
Siamo in Sicilia, agli inizi del XVII secolo, un uomo muore in uno strano incidente nella sua miniera di sale. La vedova, intenzionata a vendere i terreni ereditati e la miniera stessa, coinvolge il reverendo don Filippo La Ferla nella trattativa. Si presentano due sconosciuti acquirenti, in realtà prestanome di un misterioso signore interessato a insediarsi con un feudo nella libera città demaniale di Castrogiovanni che lo avrebbe collocato nel Parlamento dell’Isola con un doppio peso: nel braccio feudale e nel braccio demaniale. Da questa compravendita si sviluppa un intrigo che coinvolgerà uomini di chiesa, ricchi signori, legulei, vedove e perpetue, tra incendi dolosi, omicidi e un fiume di fiorini d’oro d’Aragona. È la storia di sempre: potere e denaro si legano e si intrecciano e, allora come oggi, per venirne a capo occorre seguire la bava dei soldi prima che scompaia.
Nell’anno 1937 l’Italia è da 15 anni sotto il regime fascista. Ma il 1937 è anche l’anno della Lucchese, dai colori rossoneri, che conquista un insperato e meritatissimo settimo posto nella massima divisione. In piena temperie dittatoriale, in un clima di assuefazione, autoritarismo, dove la folla è gregge e l’opinione pubblica inesistente, all’alba, più o meno, delle disgraziate leggi razziali, in quella squadra militano Bruno Neri, Libero Marchini, Gino Callegari, Bruno Scher, Aldo Olivieri. Allenatore è Ernest Erbstein, ungherese di famiglia ebrea, genio e filosofo del gioco, il quale sarà poi direttore tecnico del Grande Torino che perirà nella tragedia di Superga. Nomi da leggenda – Olivieri, portiere, il gatto magico, sarà anche campione del mondo in azzurro nel 1938 – soprattutto uomini liberi, una pattuglia di coraggiosi, capaci di non piegarsi ai diktat di regime e alle più bieche e opportunistiche convenzioni, capaci di non cedere alla paura, per continuare a essere sé stessi e a difendere le proprie idee e ideali. (dalla Prefazione di Alberto Figliolia)
Una storia d’amore lunga trent’anni. Un amore atipico, fatto d’un breve periodo intenso, e poi perduto. Un romanzo epistolare, con tante pagine occupate da lettere e bigliettini spediti da Antonio a Giovanna e da Giovanna ad Antonio, i due protagonisti. Lettere di innamorati. Non più giovanetti. Non più inesperti. Lettere timide all’inizio, poi sempre più intime e intriganti, dove non c’è il timore di mettere a nudo la propria anima, di far emergere i propri sentimenti, con le contraddizioni di esistenze giocate all’insaputa l’una dell’altro. Si erano incontrati all’università, si erano amati, si erano lasciati senza un vero motivo. Dopo trent’anni le due rette che hanno vagato nello spazio ognuna per suo conto, s’adagiano in convergenze parallele per un ghiribizzo della sorte.
Marcello si è risvegliato dal coma con tre domande: chi sono, da dove vengo e chi sono tutte queste persone che si dicono miei familiari? È l’inizio di un percorso a frammenti, intessuto di intimi dialoghi e rivelazioni che poco a poco fanno luce sul passato del protagonista. Con delicatezza e profonda sensibilità la memoria di Marcello raccoglie ricordi, aneddoti che compongono il grande mosaico del suo Io, ma riuscirà a riemergere Uomo completo dalla nebbia dell’amnesia? Il cammino non è facile, specie quando deve confrontarsi con un passato complicato e trovare la forza del perdono e del lasciare andare.
Due racconti, due storie solo all’apparenza diverse. I redenti (lo schiaffo), narra di una piccola comunità parrocchiale che vive di ipocrisie, di preghiere a Dio e devozione ai santi ma anche di invidie e odio verso l’Uomo, soprattutto se questo è portatore di valori e modelli diversi. Nel corso di un viaggio a Pietralcina, l’autrice fa emergere nei suoi personaggi tutta la loro avversione verso immigrati, povera gente e donne dal dubbio stile di vita. Un po’ alla volta viene fuori anche lo squallore del parroco, padre Redento, che oltre a non disdegnare la disponibilità delle parrocchiane, è reo di abusi sessuali verso un minore che finirà col suicidarsi. Il finale è come un colpo di scena già annunciato. I Giusti (la guancia) si ispira a una storia vera accaduta in Sicilia nel 1946. Lentamente uomini e donne si mettono alle spalle il dramma della guerra e si avviano verso una nuova epoca. Sono tempi di cambiamenti e confusione e spesso si fatica a distinguere ciò che è vero da ciò che vero non è, i buoni dai cattivi, la giustizia dall’ingiustizia. Come accade a Michele, il protagonista di questa storia, accusato ingiustamente e detenuto in carcere per sette mesi perché necessariamente colpevole. Colpevole di essersi lasciato affascinare da un’ideologia che come una religione ammalia gli ultimi, i diseredati.
Dieci apologhi o meglio “capricci” di ambientazione universitaria, scritti da un ex accademico che in quel mondo ha vissuto con passione, e se ora ha voglia di sorriderne non è per rinnegarlo ma per rimodularne in chiave di allegretto tipi e tic, patimenti e magagne, inaspriti e parodizzati fino al grottesco. Cattedratici bolsi o sfigati, discepoli maldestri o malmostosi, congiure sgangherate e simposi surreali, goffi amori e sordi rancori danno vita e colori a una irriverente gouache alla Daumier. E a furia di smorfie e lazzi si tramutano in una masnada di guitti, assoldati per alleviare il peso di questi giorni grevi.
Un manoscritto ritrovato, certo. Eppure in questo romanzo di Alfredo Stoppa il ritrovamento non innesca un freddo gioco iperletterario: ne scaturisce, invece, la distesa narrazione di vicende calde e ben degne di essere ricordate, che allargano la visuale – come un cannocchiale – da una prospettiva strettamente familiare a quella di un piccolo paese a quella dell’Italia intera, dato che le vicende di sfondo sono così cruciali da dilatare enormemente la portata dell’evocazione, del ricordo. Si tratta della guerra civile italiana, in un arco temporale compreso tra il settembre 1943 e l’agosto del ’44. Più lontana s’affaccia perfino la Guerra di Spagna, vicenda-spartiacque per tanti destini umani trovatisi di fronte a un bivio etico ed esistenziale. Ma è poi l’efferatezza della strage nazista di Torlano che verrà riconosciuta da chi ha dimestichezza con la storia della Resistenza friulana. L’autore, assai noto a chi frequenta la letteratura per l’infanzia, ha buon gioco nel rivestire i fatti narrati di una patina giocosa e fiabesca, coerente con lo sguardo di un ragazzino sul crinale fra prima e seconda adolescenza. Ma questo sguardo limpido e questa prosa asciutta ed elegante parlano un linguaggio universale.
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