LETTERATURA (31)

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  • Noto in particolare per i suoi due romanzi Erewhon e The Way of All Fresh, Samuel Butler è stato uno scrittore inglese di epoca vittoriana. Personalità poliedrica, oltre che scrittore, fu pittore, musicista, fotografo, filosofo, critico e storico dell’arte, “divulgatore” scientifico, e perfino allevatore di pecore. “Controverso” è l’attributo più ricorrente quando si cerchi di definire chi, come lui, si è compiaciuto di autoproclamarsi un outsider. E di una controversia tratta questo saggio: quella con Charles Darwin, il “padre della teoria dell’evoluzione”.

  • «Sì, non fidatevene, perché c’è un corbaccio rampante abbellito con le nostre piume, che con il suo “cuore di tigre avvolto in una pelle d’attore” presume di essere altrettanto capace quanto il migliore di voi di infarcire versi sciolti, ed essendo un factotum senza pari si ritiene nella sua presunzione l’unico Scuoti-scena del paese…» è uno tra i brani più citati dagli studiosi di Shakespeare, che vedono nell’astio del suo autore la prova del successo e della fama del drammaturgo di Stratford sin dagli albori della carriera londinese. Siamo nel 1592, il poligrafo di successo Robert Greene, negli ultimi istanti di vita, scrive il suo Groats-worth of Witte Bought with a Million of Repentance (Un soldo di senno al prezzo di un salatissimo pentimento), un testo di grande varietà di generi e registri nel quale la novella tipicamente rinascimentale costituente il grosso della narrazione – riscrittura in chiave parodica della parabola del figliol prodigo con protagonisti un usuraio, i suoi due figli e una cortigiana senza scrupoli – lascia spazio ad alcune pagine in cui l’autore, togliendosi la maschera fittizia e rivolgendosi direttamene ad amici e colleghi – “A quei gentiluomini, conoscenze di vecchia data (Christopher Marlowe, Thomas Nashe, George Peele?), che dedicano il loro ingegno a comporre drammi, R. G. augura un migliore esercizio e la saggezza per prevenire i suoi stessi eccessi” –, esce allo scoperto per parlare di sé stesso e della propria dissipatezza. Al di là dell’aspetto penitenziale espresso sin dal titolo del libello, queste parti di Groats-worth of Witte rivestono un notevole valore dal punto di vista storico-letterario perché offrono uno spaccato del teatro elisabettiano dal suo interno, riportando precise notizie su come lavoravano i drammaturghi, su quale era il loro rapporto con gli attori, sul loro ruolo all’interno delle compagnie, sui loro problemi di carattere finanziario… Si tratta di informazioni importanti per la conoscenza di quel mondo che, al di là di tutto, vista la scarsità di documentazione fin qui pervenutaci, è sempre vissuto in un’indeterminatezza mista a finzione.

  • SOCIETA’, MUSICA E SENTIMENTI A RIO DE JANEIRO

    Edizione italiana a cura di Chiara Vangelista

    «Al Little Club Dolores Duran stava seduta, la chitarra in braccio e un foglio di carta di fronte. Come sempre, stava scrivendo con la matita per le sopracciglia». Una storia della Rio de Janeiro degli anni Quaranta e Cinquanta, attraverso la musica, la radio, le donne, gli uomini, gli amori: in una parola, il samba.

    Samba by: Matos Izilda 10,00

  • Il teatro e il cinema nella loro valenza politica, intesi come Arti che aiutano a capire e a trasformare il mondo, sono l’oggetto dei saggi contenuti in questo libro. Rodrigo de Freitas Costa, Rosangela Patriota, Alcides Freire Ramos e Fulvia Zega indagano sul dialogo intenso tra Europa e America, che per gran parte del Ventesimo secolo ha plasmato la produzione e i percorsi di vita di tanti autori, registi e attori dei due continenti.

  • altre-sicilianerie

    Sono riunite, qui, pagine critiche di argomento siciliano riconducibili sia ad alcuni dei temi, non soltanto i principali, che hanno scandito la quasi cinquantennale ricerca accademica dell’Autore, ormai conclusa, sia ai “valori di vita provinciale” a cui egli è sempre rimasto fedele, pur evitando, con scrupolo, ogni angustia municipalistica e coltivando, anzi, la più viva e tenace curiosità per le sperimentazioni letterarie e artistiche più avanzate, nazionali ed estere. Anche per questo, soprattutto nella seconda parte del volume, si ripropongono degli interventi che, al di là della loro intrinseca rilevanza, possono documentare un fervore di cultura per il quale, in passato, la provincia iblea e Comiso, particolarmente, il paese dove l’Autore è nato e vissuto, si sono distinti (attraverso figure d’intellettuali, riviste, iniziative editoriali, d’arte, ecc.) e che oggi, purtroppo, sembra essersi spento o appannato. Nella speranza che le giovani generazioni vogliano e sappiano recuperarlo e rilanciarlo, magari innovandolo profondamente.

  • Dialogo e poesia in Dante, Brunetto e Boccaccio

    Uno dei modi privilegiati attraverso cui i personaggi di un’opera letteraria prendono corpo e acquisiscono realtà è la rappresentazione diretta dei loro discorsi: i dialoghi ci restituiscono, attraverso la mimesi delle sue parole, la voce del personaggio. Il presente volume studia la costruzione del sistema dialogico nel poema dantesco e mette poi a confronto la peculiare struttura drammatica della Commedia con quella di opere come il Tesoretto di Brunetto Latini e la Caccia di Diana e l’Amorosa visione di Boccaccio, due autori uniti a Dante da molteplici legami storico-letterari.

  • Gesualdo Bufalino e la tradizione dell’Elzeviro by: Zago Nunzio 14,00

    Si dice elzevirismo e subito si pensa al prezioso laboratorio formale di matrice rondesca, allo scintillante calligrafismo di un Antonio Baldini, di un Bruno Barilli, di un Emilio Cecchi. La tradizione dell’elzeviro non si lascia rinchiudere, però, nel perimetro esclusivo della “prosa d’arte” degli anni Venti e Trenta: bastino nomi come Benedetto Croce, Arrigo Cajumi, Rosario Assunto, Giorgio Manganelli, Italo Calvino – giusta la minima, embrionale mappa abbozzata dal Convegno di cui in questo volume si pubblicano gli Atti – per rendersi conto della funzione educativa (laica, umanistica…) svolta a lungo, prima e dopo, dalla migliore intellettualità italiana attraverso la “terza pagina” dei giornali, quasi una libera cattedra di civiltà. Rispetto alla linea elzeviristica più propriamente legata alla “prosa d’arte”, del resto, al di là dei pregiudizi che, da Borgese a Moravia alla critica engagée del secondo dopoguerra, ne hanno accreditato l’immagine d’un “bello scrivere” fine a sé stesso, vacuo e provinciale, magari colluso col fascismo, è lecito un supplemento d’indagine, una qualche revisione. Il caso di Gesualdo Bufalino, appunto, allo scadere del secolo scorso, dimostra retrospettivamente (un po’ come Gadda con l’espressionismo scapigliato nell’interpretazione di Contini) che quella lezione non era così effimera e autoreferenziale quanto s’è voluto credere: attiva nello scrittore siciliano già nelle fasi più remote della sua sofisticata “anagrafe” intellettuale e contaminandosi, via via, con infiniti altri pimenti culturali, essa ha contribuito − nel saggista, nell’autore di aforismi, nel narratore − alla nascita d’uno stile «insieme esuberante e contratto», di un “tono” inconfondibile, fantasioso, ironico, brillantemente iperletterario, inquieto e pensoso.

  • I sortilegi della parola by: Zago Nunzio 15,00

    A vent’anni dalla sua scomparsa, è il caso di riconoscere a Gesualdo Bufalino narratore, poeta, saggista, traduttore, autore di aforismi ─un posto di assoluto rilievo nel canone letterario, non solo italiano, del Novecento. Il posto che spetta agli scrittori grandi, “necessari”, a coloro che, oltre a inventare un “tono” inconfondibile, a dar voce a possibilità ancora inesplorate e inedite del linguaggio, hanno saputo porsi le domande inderogabili, esprimere i dubbi cruciali dell’esistenza. Lo stesso modo d’essere, disincantato e umbratile, dell’intellettuale Bufalino, più che un limite, appare, oggi, un vantaggio, una specola privilegiata che gli consentì d’attraversare indenne il periodo di forte contrapposizione ideologica del secondo dopoguerra e di presentarsi al pubblico, sia pure tardivamente, al giro di boa degli anni Ottanta, con le carte in regola, privo di certezze vecchie e nuove, per tornare a dire, in un contesto culturale disposto finalmente ad accoglierla, la propria verità ─a lungo tenuta al sicuro sotto la lingua, da moralista acre e “malpensante” qual egli era. Una verità che, nel fare i conti con i veleni del “secolo breve”, con i suoi turbamenti, privilegia la dialettica dell’io con sé stesso rispetto a quella dell’io con la società, percepibile solo sullo sfondo e si affida a una scrittura assai sofisticata, iperletteraria, immaginosa, disposta a sconfinare di continuo in altri ambiti (dalle arti figurative al cinema, dalla musica al gioco degli scacchi…), a impregnarsi di altri umori nel tentativo, grazie ai sortilegi della parola, di “popolare il deserto”, di trasformare la “vista” in “visione” e persino in “visibilio”, attingendo anche alla memoria per ridare una fittizia ma vivida durata a uomini e cose che il tempo ha cancellato e cancella.

  • Vittorini a cavallo by: Di Grado Antonio 14,00

    Parlare di Elio Vittorini significa anzitutto fare i conti con una prodigiosa attività politico-culturale, con un frenetico alternarsi di progetti, di “furori” più o meno “astratti”, di idee consegnate ad immagini così folgoranti da bruciarsi quasi tutte nel breve periodo, nella fruizione immediata da parte delle élite intellettuali succedutesi nell’arco di quasi quattro decenni della nostra storia. Significa, dunque, fare i conti con questa storia e restituirne uno spaccato il più possibile significativo, ma soprattutto con una rigogliosa vegetazione di metafore, con un tessuto simbolico ordito tra il mondo arcaico e incontaminato delle dee-Madri e gl’interminati spazi della “frontiera”, tra i “nuovi doveri” del dopoguerra e il favoloso firmamento delle “città del mondo”. In appendice un omaggio di Leonardo Sciascia a Vittorini, all’intellettuale libero che scriveva per gli umili e fieri Boccadutri e per dare «una risposta al Giappone di ognuno». Ed è questo, in fin dei conti, il Vittorini che nel cinquantesimo anniversario della scomparsa sarebbe bello consegnare, con tutto il gravoso carico dei suoi “astratti”, implacati e più che mai attuali “furori”, alle giovani generazioni. Un Vittorini “a cavallo”, come il nonno socialista di Conversazione in Sicilia, come la Madonna del Garofano rosso e l’altrettanto battagliera “garibaldina”, come i contadini che nelle Città del mondo s’avviano a occupare le terre. E fieramente a cavallo dei suoi tempi, disposto a soccombere alla loro effimera durata, ma pronto a rimettersi in sella per inseguire e guidare altre fasi, generazioni, aspirazioni. A combattere; forse a vincere, nei tempi che verranno.

  • Ermeneutiche by: Sichera Antonio 14,00

    L’ermeneutica è per sua intima natura una disciplina ‘plurale’. Essa incarna infatti il senso di quel ‘prospettarsi’ sul mondo che coincide con il nostro stesso esserci. Il cardine di questa galleria di sguardi è il corpo. Provare a immergere questo pensiero nell’acqua della letteratura, della poesia e della critica che segnano la cultura dell’Occidente vuol dire scommettere sul potere di novità insito nel quotidiano, nel comune, in ciò che appartiene a tutti.

  • Angelo Maria Ripellino e altri ulissidi by: Zago Nunzio, Schininà Alessandra, Traina Giuseppe, 14,00

    A cura di Nunzio ZagoAlessandra SchininàGiuseppe Traina

    Si raccolgono qui gli atti di un convegno su Angelo Maria Ripellino e altri ulissidi, svoltosi presso la Struttura Didattica Speciale di Lingue e letterature straniere di Ragusa (6-7 aprile 2016), che rientra in una più ampia ricerca sull’ulissismo intellettuale dall’Ottocento a oggi finanziata dall’Università degli Studi di Catania (FIR 2014). La scelta di dedicare una particolare riflessione alla figura e all’opera di Ripellino nasce dal fatto che egli, sotto vari riguardi, sperimentò e incarnò esemplarmente la condizione dell’ulisside intesa in modo non restrittivo: come intellettuale siciliano «in fuga», cosmopolita ma anche nostalgico, seppur non acriticamente, delle origini lontane; come grande slavista e raffinato interprete della Mitteleuropa, dei suoi plurimi e accidentati percorsi non solo culturali; come traduttore e come poeta in proprio, che della lingua materna e delle tante altre possedute a dovizia si servì quali tramiti preziosi e avventurosi di conoscenza, dialogo e libertà fantastica.

    Interventi di: Rita Giuliani | Nunzio Zago | Umberto Brunetti | Giuseppe Traina | Edoardo Camassa | Alessandra Schininà | Giuseppe Dolei | Beatrice Talamo | Paola Gheri | Arturo Larcati

  • Verità, amore, responsabilità by: Bosisio Matteo 14,00

    Le figure femminili ne Il Re di Torrismondo

    Il volume studia le figure femminili de Il Re Torrismondo seguendo tre temi principali: la verità, l’amore, la responsabilità. Le donne nella tragedia tassiana sono depositarie di una forte autonomia e individualità, che le porta a illudersi, a commettere diversi errori, a soffrire. Nel corso del dramma scoprono che conoscere la verità e agire in nome dell’amore sono spesso le fonti principali delle sofferenze e della morte. Lo scrittore mette così in scena una serie di personaggi, come Alvida e la sua nutrice, incapaci di ricomporre e dare un senso pieno alla vita. La speranza di potersi autodeterminare porta Rosmonda a costruire un mondo alternativo alquanto insidioso, mentre Rusilla, presentata come ferma e costante, giunge in breve tempo a contraddirsi. Il saggio, che si basa sulla ricerca intertestuale e sull’esame dello stile di scrittura tassiano per cogliere i paradigmi distintivi della letteratura del Classicismo cinquecentesco, mette in stretta relazione il Torrismondo e la Tragedia non finita con altre opere dello scrittore e con le tragedie antiche e rinascimentali; i personaggi femminili sono altresì analizzati alla luce delle teorie sulla tragedia e della trattatistica sull’amore e sulla donna.

  • La cucina del signor Giardini by: Ferrari Nicola 10,00

    Le creazioni gastronomiche del cuoco Giardini, secondo il racconto di Balzac, vivono una profonda, contraddittoria, tensione: tra l’idea (la ricetta, sublime) e la realizzazione (il piatto, invalutabile). Il cuoco Giardini non avrebbe avuto niente a che vedere con la musica come l’aveva concepita la severa riflessione teologica di un Agostino (una questione di modus, di misura, ordine e ragione). Ma avrebbe potuto riconoscersi nella definizione, che ne proponeva il visionario compositore novecentesco Charles Ives: l’arte di esprimersi in maniera stravagante (quindi: un discorso di ineffabilità, fallimenti e sentimenti – una partecipazione emozionale e una reazione estrema alla complessità caotica del Mondo). La profonda rivoluzione di significato – la mutazione paradigmatica della cucina del signor Giardini – nella quale si possono raccontare avventura e destino della tradizione musicale dell’occidente, giunge a maturazione nel Romanticismo. Ma questa nuova musica della modernità non si scopre nelle sale da concerto o sui palcoscenici teatrali. È fatta tutta di parole. Immaginata e costruita nelle pagine dei romanzi europei (da Hofmann a Proust, da Georges Sand a Thomas Mann). È una superba invenzione letteraria, che, forse, la realtà (incarnata in tre secoli di autori e opere) non ha potuto, generosamente, che imitare.

  • L’elemento onomastico e lessicale di origine germanica nella dichiarazione di Arbroath (1320) by: Di Clemente Valeria 10,00

    La lettera che i nobili di Scozia inviarono a papa Giovanni XXII nella primavera del 1320 rappresenta uno dei monumenti della storia scozzese medievale. Il suo contenuto, en gros, è conosciuto: una decisa protesta rispetto alle mire di un vicino troppo (pre)potente e la volontà di autodeterminarsi, anche vivendo in un piccolo paese ed essendo privi di grandi risorse, tramite la scelta di un re adeguato alle esigenze della communitas. Al di là del contenuto vulgato, tuttavia, si tratta di un documento diplomatico di grande finezza retorico-stilistica, impregnato di cultura religiosa e letteraria. Nel presente studio si analizza la Dichiarazione di Arbroath attraverso un’indagine etimologica e storico-linguistica dei nomi e cognomi dei firmatari e di alcuni elementi lessicali contenuti nel testo della lettera: essi rivelano aspetti significativi del complesso e stratificato influsso culturale e linguistico di origine germanica che, nel corso del Medioevo, ha grandemente contribuito alla costituzione dell’identità scozzese.

  • Dante e Boccaccio by: Zago Nunzio 9,00

    Quello dei classici – e Dante e Boccaccio lo sono per antonomasia – è un patrimonio inesauribile al quale ogni generazione avverte prima o poi l’esigenza di attingere o di tornare, per cercarvi le risposte che servono, storiche ed esistenziali, o magari, semplicemente, per abbandonarsi al piacere del testo. L’autore di queste pagine si accosta a due capolavori come la Divina Commedia e il Decameron (e a un’operetta come il boccacciano Trattatello in laude di Dante) senza pretendere d’inoltrarsi in territori ignoti, d’imboccare piste inesplorate, ma in costante dialogo, anzi – ed è uno dei tratti distintivi del suo “metodo” critico –, con i tanti lettori di ieri e di oggi a cui si debbano interpretazioni decisive, imprescindibili, o soltanto spunti, suggestioni illuminanti… Ne viene un discorso rigoroso, affabile, modernamente sensibile, in grado di cogliere una “mossa” stilistica che sappia ancora sorprenderci, di pedinare – e valorizzare – una “verità”, di volta in volta lontana o vicina, capace ancora d’intrigarci.