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Il romanzo si svolge in una Sicilia aspra, arcaica, sospesa tra miseria e dignità, le vite scorrono dentro i catodi, casupole dove uomini e animali condividono lo stesso respiro. È qui che Sicilia terra di dolore prende forma: un romanzo corale, teso e profondamente umano. Pepè è tornato dalla guerra con qualcosa che gli altri non hanno: uno sguardo nuovo. E ora non riesce più ad accettare la rassegnazione che domina il suo paese. Attorno a lui, una comunità di contadini vive schiacciata dalla fatica, dai debiti, da promesse mai mantenute. Cola sogna il cambiamento attraverso l’unione e la politica; la zia Vanna teme solo una cosa: la sventura, sempre in agguato; lo zio Marco, è un concentrato di sapienza amara, che diffida di tutto e di tutti, tranne che della fatica. E Marù, silenziosa, osserva un mondo che sembra già deciso per lei. Tra assemblee improvvisate, tensioni sociali e una rabbia che cresce sottotraccia, il romanzo racconta il momento in cui la coscienza si accende e diventa pericolosa. Perché capire significa non poter più tornare indietro. Con una scrittura asciutta e viscerale, Garretto costruisce una Sicilia lontana da ogni folclore: una terra ferita, dove la povertà non è solo condizione materiale ma destino collettivo. E dove la domanda più urgente resta sempre la stessa: ribellarsi o sopravvivere?
Il romanzo è ambientato in una Palermo presa tra storia contemporanea – talora futuribile – e mistero, dove si svolge la vicenda personale del magistrato Rosolino Pellerito. Incaricato di un’indagine sulla scomparsa di una bambina, il Pellerito viene coinvolto in una serie di accadimenti che gradatamente prendono i connotati di una sofferta agnizione della propria storia personale. Catapultato fuori dai binari in cui scorreva la sua vita, attraverso una serie di rivelazioni sempre provvisorie, in cui ciascuna spesso capovolge la precedente, e una serie di strani incontri collegati dal filo rosso della bambina scomparsa, Rosolino Pellerito giungerà a ricomporre il mosaico dimenticato della propria esistenza, un vissuto nutrito e sostanziato dai personaggi femminili che lo attraversano. Sospeso tra sogno e realtà, ma costruito con la concretezza di un sistema interno di rimandi precisi, la narrazione si snoda in un clima che da giallo si fa sempre più onirico e surreale, dove il fitto tessuto di riflessioni filosofiche e teologiche sul senso della vita, sul Bene e sul Male, si incarna nella vivida colloquialità dei dialoghi.
«Pochi come mons. Lanzafame hanno conoscenza della devozione mariana in Sicilia e pochissimi possono documentare i legami che essa ha con tante parti del Mondo, laddove si realizzano le parole di Maria: “Tutte le generazioni mi chiameranno beata”! (Lc 1,48). Le generazioni sono quelle che si avvicendano nel tempo, dai primi cristiani fino ai giorni nostri, ma anche le varie culture che in vari luoghi hanno legato il nome di città e paesi a quello della Vergine Maria, in cui si è rivelata in forma privata e ha manifestato la sua premura di Madre. Il titolo di “Madonna del Lume”, che mons. Lanzafame ci presenta con dovizia di documenti, ci riporta alla predicazione al popolo in Sicilia e alla pietà popolare, e allo stesso tempo richiama al “Cristo Luce del mondo”, di cui Maria, “pulchra ut luna”, è riflesso». Dalla Presentazione di Mons. Luigi Renna, Arcivescovo metropolita di Catania
Federico De Roberto occupa certamente un capitolo a parte nella storia dei rapporti tra Verismo e fotografia; non solo per i caratteri di originalità all’interno della cerchia catanese, ma anche nel panorama letterario europeo a cavallo tra Otto e Novecento. Tra i veristi è infatti l’unico ad aver elaborato una compiuta produzione foto-letteraria, ed è uno dei rarissimi autori dell’epoca ad aver pubblicato delle opere illustrate con i propri scatti, in cui testo e immagini riescono a dialogare coerentemente nelle sue «fatiche foto-monografiche». De Roberto concretizza il sogno irrealizzato di scrittori come Gautier, Strindberg e tanti altri: dare voce alla realtà fotografata, nello stesso momento in cui il testo la illustra. Lo scrittore narra ormai attraverso parole e immagini; in altre parole, se la realtà raccontata attraverso la scrittura acquista dignità di ‘vero’, può allora assumere vita autonoma. Viceversa, la fotografia, definendosi come realtà e rapportandosi specularmente ad essa, acquista nelle mani dello scrittore una funzione narrativa.
Questo volume presenta la riproduzione anastatica delle sue principali opere foto-narrative: la monografia Randazzo e la Valle dell’Alcantara (1909) e l’articolo San Silvestro da Troina pubblicato nello stesso anno su La Lettura, «Rivista mensile del Corriere della Sera»; è accompagnato da un saggio introduttivo del curatore Giorgio Longo: Le «fatiche foto-monografiche» di Federico De Roberto.
Tra le carte dei Branciforti che si trovano nell’archivio privato dei principi di Trabia, ora depositato presso l’Archivio di Stato di Palermo, si trova un manoscritto del secolo XVIII di complessivi 99 fogli che costituisce una “storica” Storia di Leonforte, la prima che sia stata tracciata sulla città di Nicolò Placido Branciforti. Questo volume, frutto di uno studio certosino del manoscritto, mira a fornire materiale di prima mano a quanti vogliono indagare con strumenti adeguati sul passato della città. Il lavoro del La Marca è stato integrato con un altro inedito, l’Historia di Castrogiovanni di Frà Giovanni de’ Cappuccini, del 1740, nelle parti dove tratta di Leonforte. Chiude infine il volume una preziosa appendice critica sull’Orto Botanico.
Se si può parlare di un protagonista questo romanzo, questo è Cheli. Ma sarebbe più giusto dire che i protagonisti della storia non hanno nomi. Sono dei ‘bastardi’ e si muovono nel mondo usando cognomi inventati. Forse questa è la narrazione di tutti i ‘bastardi’, i tanti figli di N.N. che abitavano la Sicilia e che dovevano affrontare il mondo con questo marchio stampato su tutti i documenti. Cheli è un ‘bastardo e non saprà mai il nome dei genitori. Cercherà di sognare, di cambiare il proprio destino di figlio di N.N. Costruirà una doppia vita, quella reale e quella possibile. Sarà consapevole delle sue qualità, ma ciò non basterà a calmare la sua sete, anzi sarà la scintilla che farà incendiare il vulcano di violenza che mai si placherà. Solo il sogno. Solo il sogno e le sue creazioni oniriche porteranno un po’ di calma nella sua anima.
I VOLTI DELL’UNICA MADRE
Con questo libro, monsignor Giovanni Lanzafame, esperto mariologo, ha rivisto vecchi appunti sui volti dei simulacri della Santa Vergine venerati in Sicilia, molti dei quali, nei suoi quarantatré anni di sacerdozio, ha avuto l’onore di incontrare a motivo delle sue predicazioni. E’ nato così questo compendio mariano in cui storia, arte e devozione fanno sì che si possa definire la Sicilia “feudo di Maria”.
Oltre 150 immagini mariane catalogate venerate in tutta l’Isola.
La “terribilità”, la sconvolgente capacità di guardare lucidamente la “verità effettuale” dell’agire umano, senza il velo di alcuna ipocrisia. È questa caratteristica, spesso taciuta, di Verga, a emergere da questo libro, che propone alcuni temi rileggendone l’intera opera: quello, machiavelliano, della ferinità come componente essenziale, costitutiva, dell’umanità stessa; quello della guerra, della lotta, dei conflitti, sia della Storia sia delle storie individuali; quello dello “spatriare”, per necessità, che dalle sue pagine si proietta sugli infiniti drammi vissuti da moltitudini di esseri umani, sulle intere generazioni partite per “là dove muore il sole”, e su chi, oggi, privo di tutto, giunge dal mare sulle stesse spiagge dei Malavoglia. Difficile, anche arduo da sopportare, questo sguardo di Verga sulle “cose” del mondo, che non arretra di fronte al male, ma che vuole conoscerlo e rappresentarlo, senza infingimenti e facili illusioni. Ma proprio per questo coraggioso riconoscimento, per questa amara consapevolezza, per le sue negazioni, profonde istanze possono anche sorgere in chi oggi voglia rileggere la sua opera, e riesca a “stare con lui”, con il terribile e grande Verga, riscoprendone la voce immanente di autentica pietà per il dolore del mondo.
Ripartito in due parti, il saggio propone nella prima una disamina lucida e originale del rapporto tra paesaggio e letteratura, soffermandosi in particolare sul secondo Ottocento, problematico momento di transizione dalla concezione romantica in cui il paesaggio rispecchia lo stato d’animo e il vissuto dei personaggi ai molteplici aspetti che esso assume nel Novecento. Nella seconda parte, la documentata e puntuale analisi delle dodici Novelle rusticane evidenzia la funzione narrativa e ideologica assegnata da Verga al paesaggio, metafora della propria Weltanschauung. “Sfinge misteriosa” con un “carattere di necessità fatale” (Di là del mare) il paesaggio nelle Rusticane è abitato da “fantasmi passeggieri”, umili protagonisti di piccole vicende sulle quali si abbattono il potere della Natura (Malaria, I galantuomini, Gli orfani) e della Storia (Libertà, Il Reverendo, Cos’è il Re), espressioni della visione materialistica ed economicistica (La roba, Pane nero) di Verga.
“Il denaro lascia tracce come bava la lumaca. La lumaca è per la via. La scia è tenue, lieve. Se passa tempo, fra sole e sereno il sentiero di grigio e d’argento si slava, si sbriciola, scompare“.
Siamo in Sicilia, agli inizi del XVII secolo, un uomo muore in uno strano incidente nella sua miniera di sale. La vedova, intenzionata a vendere i terreni ereditati e la miniera stessa, coinvolge il reverendo don Filippo La Ferla nella trattativa. Si presentano due sconosciuti acquirenti, in realtà prestanome di un misterioso signore interessato a insediarsi con un feudo nella libera città demaniale di Castrogiovanni che lo avrebbe collocato nel Parlamento dell’Isola con un doppio peso: nel braccio feudale e nel braccio demaniale. Da questa compravendita si sviluppa un intrigo che coinvolgerà uomini di chiesa, ricchi signori, legulei, vedove e perpetue, tra incendi dolosi, omicidi e un fiume di fiorini d’oro d’Aragona. È la storia di sempre: potere e denaro si legano e si intrecciano e, allora come oggi, per venirne a capo occorre seguire la bava dei soldi prima che scompaia.
MEMORIE DI RUSSO GESUALDO
Racconti del paniere è una raccolta di brevi storie dedicate al signor Russo Gesualdo, maestro dell’arte dell’intreccio di “cufina” e “panara”, abilità comune tra i contadini dell’entroterra siciliano, che egli apprese fin dalla giovane età durante le pause dal lavoro di fatica. I racconti della raccolta, che riprendono in più occasioni espressioni tipiche del mondo agreste isolano e scandiscono le varie età del protagonista, sono frutto di video-interviste realizzate in tempo di quarantena per pandemia da Covid 19.
Sono riunite, qui, pagine critiche di argomento siciliano riconducibili sia ad alcuni dei temi, non soltanto i principali, che hanno scandito la quasi cinquantennale ricerca accademica dell’Autore, ormai conclusa, sia ai “valori di vita provinciale” a cui egli è sempre rimasto fedele, pur evitando, con scrupolo, ogni angustia municipalistica e coltivando, anzi, la più viva e tenace curiosità per le sperimentazioni letterarie e artistiche più avanzate, nazionali ed estere. Anche per questo, soprattutto nella seconda parte del volume, si ripropongono degli interventi che, al di là della loro intrinseca rilevanza, possono documentare un fervore di cultura per il quale, in passato, la provincia iblea e Comiso, particolarmente, il paese dove l’Autore è nato e vissuto, si sono distinti (attraverso figure d’intellettuali, riviste, iniziative editoriali, d’arte, ecc.) e che oggi, purtroppo, sembra essersi spento o appannato. Nella speranza che le giovani generazioni vogliano e sappiano recuperarlo e rilanciarlo, magari innovandolo profondamente.
Dagli atti di un convegno sul tema, uno splendido libro sull’eccedenza del Barocco, sia come espressione artistica, sia come pensiero e fede. Dodici studiosi in varie discipline si confrontano, ciascuno nel proprio campo, per raccontare la grandiosità del Barocco che, a partire dal Seicento, ha riempito Palermo e la Sicilia tutta di una grande produzione artistica che tocca i suoi vertici in alcune straordinarie chiese. Il volume, pur nel suo articolato scientifico, è impreziosito da un ricco apparato iconografico, che lo rende un vero e proprio catalogo d’arte del Barocco siciliano.
Proverbi, indovinelli, scioglilingua, cunti, canti, foto e motti
“Sicilia in scena” nasce dalla volontà di raccontare la Sicilia attraverso i suoi aspetti più popolari. Le nuove generazioni rischiano di rimanere totalmente scollegate dalla cultura dei nostri avi e di non avere più la cognizione delle proprie radici e della propria lingua. Andiamo incontro al rischio concreto che la globalizzazione si trasformi in omologazione culturale. Ognuno di noi ha il dovere di tramandare la cultura di cui è in possesso. Dobbiamo essere documento vivo, tramite di conoscenza per chi non ha nozione del “prima”. L’augurio è che “Sicilia in scena”, attraverso la rappresentazione teatrale di proverbi, detti, filastrocche, indovinelli, racconti, canti e foto di gente di Sicilia, dalla fine dell’Ottocento alla fine degli anni ’50 del Novecento, possa essere di aiuto a quanti vogliono conoscere e comprendere, anche solo in piccola parte, la ricchezza culturale di cui siamo detentori.
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L’autore propone in maniera critica un’opera redatta nel trecento da un Anonimo in cui si raccontano le cronaca siciliane della prima metà del XIV secolo. Il volume è uno studio attento e meticoloso sull’opera, a partire dalle fasi della sua redazione fino alla sua struttura compositiva che caratterizzano la cronaca.
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